I never can say goodbye. Un libro e un film dal finale opinabile

Foto fuori fuoco. Un po’ come tutta la mia gallery, insomma.

Non so se sia colpa di questo periodo di superlavoro, delle giornate invernali in cui il buio cala presto, delle mie dottrie da talpa o della somma dei tre (probabile), ma in questo periodo percepisco un po’ tutto fuori fuoco.

Dopo averne riso (sorriso, dai) per anni, mi ritrovo improvvisamente in linea col terzetto di sciùre torinesi che tutti i mercoledì, dopo aver accompagnato i figli liceali a scuola, si concedono un caffè, ma soprattutto una litania infinita di lamentazioni, al bar che ogni mattina mi regala (regalerebbe, se è mercoledì) i dieci minuti di benessere quotidiano: cappuccino con cacao, pasterella, quotidiano, pace, amen.

Non amo, perché tendenzialmente non mi interessa un’acca, origliare conversazioni di sconosciuti, ma il tono da baritono di una delle tre rende impossibile sottrarsi al rumore di sottofondo, all’acufene non richiesto eppure inevitabile. Ma gli insegnanti dei figli sono delle arpie! Tutti e indistintamente! Per non parlare di questi mariti assenti/dormienti/nullafacenti! E degli eredi minori, disordinati all’iperbole, che dobbiamo dire, eh? Diociscampi, signora mia, dalle fidanzate dei liceali di cui sopra, una manica di sgallettate senza arte né parte degne figle di genitori agli antipodi dai tre geni di guèra infervorate al tavolino del bar, ergo assolutamente indegne della loro luminosa progenie. E potrei continuare, tipo 180 minuti, eh.

Ecco. Ultimamente, quando la neverending pletora di lamentazioni m’investe a mo’ di uragano Katrina II, la tentazione non è più quella di alzarmi, incenerirle e sbottare “E mo’ bastaaa!”, no. Ultimamente, quando le sento, mi ritrovo a pensare che quasi quasi potrei intervenire, ed accodarmi al coro. Che tante, troppe porte son rimaste socchiuse, dunque né aperte né chiuse, troppi piani abbozzati e mai finiti (e dunque fuori fuoco), troppi non detti si son piazzati lì, bloccati tra lingua ed epiglottide, e insomma niente torna e tutto è un po’ così: senza baricentro, senza finale, senza fuoco.

Vi faccio un esempio. Due, dai.

Di recente nulla di quel che leggo mi piace, o almeno non mi piace in modo plateale ed assoluto – ed io son una da innamoramento letterario facile, eh. Ma con “Il matrimonio delle bugie” di non so più quale autrice bestseller iù es eì, thriller incensatissimo tradotto in ennemila lingue etc. ho proprio pensato: Ma che schif…em, ma che lettura sconclusionata, nel senso letterale di “priva di conclusione”.

Già il plot si presentava banalotto, sia chiaro. Ci sono lei, lui, la classica (che poi: classica su che pianeta, esattamente?) coppia upper-class perfetta, bella casa, buon lavoro, volemòse bene etc. etc. finché l’Evento di cesura che dovrebbe giustificare le oltre 300 pagine di agonia (per il lettore, solo per il lettore) non spariglia un po’ le carte dormienti.

Il marito parte per un viaggio di lavoro in Florida e, doh, nello stesso giorno un aereo diretto da tutt’altra parte precipita e il buon uomo figura nell’elenco delle vittime. Senza ambire al Pulitzer, poteva anche essere un buon punto di partenza, se solo la scrittura non fosse più piatta del Tavoliere delle Puglie, la trama di fatto oscillante tra l’impalpabile e l’assurdo, la storia del tutto inverosimile ma il finale, beh…il finale proprio da piangere. E no, non per l’overdose di pathos.

L’impressione è che l’autrice, dopo aver infarcito trecento e rotte pagine di banalità e nonsense, giustamente si sia ritrovata a chiedersi: e mo’ che fàmo? Come la chiudiamo, ‘sta storia che più che Agatha Christie sembra Stanley Kubrick – ma con un tocco di irrealtà alla Elza di Frozen? Mmm… Ma a caso, la chiudiamo, signora mia, a caso! E infatti. Quando pensi che il finale non possa esser peggio di tutto l’abominio di prima, pof, magia! Lo è, lo è! E quando dico finale, intendo il capitolo finale E l’ultima riga proprio.

Ma veniamo al secondo – ed ultimo, tranquilli – esempio di storia che m’è sembra fuori fuoco, fuori centro, una conclamata americanata che pure, a leggere le recensioni, tanto male non sembrava. Parlo di “Ben is back”, film drammatico di Peter Hedges che segna il ritorno sul grande schermo di Vivian Ward aka Pretty Woman aka cliente Calzedonia tessera gold.

Di Julia Roberts, insomma.

Ben Burns (Lucas Hedges, figlio del regista), diciannovenne tossico in cura in una comunità, torna inaspettatamente a casa in occasione di Natale. Mentre il resto della famiglia accoglie l’epifania con sgomento e diffidenza, la nostra dolce e quasi infante madre Holly accoglie il figliol prodigo a braccia aperte, dando prova di un ottimismo ed una positività o del tutto americani… o del tutto assurdi. E infatti seguiranno 24 turbolentissime ore in cui gli occhi scintillanti di Holly/Julia cuor di burro si tramuteranno in cascate in piena e tutti i peggiori incubi di ogni madre acquisiranno forma, nome, cognome e losco indirizzo nelle peggio periferie dello Stato di New York.

Ora. Qualcuno ha scritto che con quest’interpretazione ad alto tasso di pathos familiae, nostra signora Julia potrebbe anche già essere in lizza per i prossimi Oscar. Io mi permetto di obiettare che a) forse Lucas Hedges potrebbe e che b) per quanto volenterosa e partecipe, la Roberts si ritrova invischiata in una trama troppo debole, troppo poco verosimile (spoiler: la corsa contro il tempo e contro i demoni di Ben hanno inizio per via del rapimento del cagnolino di casa. Cioè, bene ma non benissimo, essù) per ambire al red carpet. Ahhh…ed anche in questo caso (ecco dove volevo arrivare) sul finale mi s’è dipinto sulla capoccia un grosso, ma grosso punto di domanda. A me, e al pubblico in sala tutto che ha atteso speranzoso la fine di tuttiiii i titoli di coda nell’illusione di una dritta, un mini sequel, un frammento di fast forward atto ad illuminarci.

Ecco, no, potete alzarvi direttamente dopo l’ultima scena, sapevatevelo.

O anche ora, ho finito 🙂

Rewind

La cover è ancora sobria
…l’interno gadgettaro simpatico
…ma qui pure il buon Matti mangia la foglia, eh.

Qualcuno mi aiuti.

Qualcuno mi spieghi quando, esattamente, quell’esserino raggrinzito in cui sembrava impossibile albergassero polmoni tanto potenti, fautieri di urli tanto beduini – due kili e mezzo di peso, duecento neper di intensità acustica alla nascita – ha smesso di essere il bambolotto pacioso che alla mia vista s’illuminava a giorno, regalando meravigliosi sorrisi sdentati e pugnetti protesi al cielo (ovvero a Me;-) per trasformarsi in questa crisalide di ragazza tutta gambe e occhioni acquamarina che dissente alzando un sopracciglio senza far domande e si chiude in cameretta per aggiornare in gran segreto il suo diario segretissimo – salvo poi fartelo casualmente ritrovare aperto sulla scrivania la mattina dopo alla pagina di, em, interesse.

Sta crescendo veloce, velocissima, questa mia bambina tutta sorrisi, che dando prova di un corredo genetico ben shakerato, ma anche e soprattutto di un bel paccozzo di merito di suo – si dimostra accogliente e protettiva verso gli amici, dolce e affettuosa oltre ogni dire con la sua famiglia, ove sfiora vette inesplorate di koalume zuccheroso ma autentico con i nonni materni, meticolosa e precisa a scuola quanto concentrata e zelante nello sport. Ambiti in cui non è competitiva manco per sbaglio, ché la competitività non è decisamente il fil rouge che imbastisce questa famiglia, come riconosco a denti stretti perché più il tempo passa, più m’accorgo che un briciolo di spirito battagliero in più non guasterebbe.

In compenso, da qualche mese a questa parte mi sveglio ancora col tepore del suo corpicino/calorifero addosso, perché la minore ha stabilito che il letto matrimoniale concilia meglio i suoi sogni di marshmallow ed unicorni. Una manciata d’anni e si vergognerà se accennerò anche solo sbaciucchiarla in pubblico, quindi perché no? mi autoconvinco ogni santa sera, combattuta fra la pigrizia e la perplessità, mentre ad alzare il sopracciglio è , a questo giro, il povero pater familias.

Come la mamma – e la nonna – ama giocare con le parole per addomesticarle, e lo fa mettendo mano in contemporanea a produzioni ambiziose e naif di generi letterari variegati: diari, raccolte di barzellette, racconti brevi e… dediche agli amici, più o meno velate.

Di recente m’ha mostrato questa qui sopra, chiedendomi se assommando numero di punti esclamativi, faccine sorridenti e carte Pokemon, il destinatario nonché compagno di banco potesse almeno vagamente realizzare che la mittente ha, diciamo, una marcata simpatia/infatuazione per lui.

E qui una volta tanto mi sono sentita di essere categorica:

No Pagnott’, proprio no.

Ha 9 anni, è maschio, se tutto va bene a Natale avrà ricevuto la Play o qualcosa del genere.

C’è tempo – non troppo, ma ce n’è ancora -…

per fortuna!

Take it easy. Isissimo!

Molto easy, a partire dallo smalto sbrecciato
Se non si fosse capito, siamo “at HOME”

Puntuale come una cartella di Equitalia, al brindisi al nuovo anno s’accompagna l’immancabile lista dei buoni propositi da disattendere ed ancora una volta, chi siamo noi per non soffiar vento sul falò delle vanità?

Che poi in realtà, la nostra lista duemiladiciannove – data che chi scrive imparerà ad imprimere correttamente su papiri e documenti vari verso luglio, così, a sentimento – è piuttosto minimal. Sobria e austera, oseremmo dire percorribile.

Il motto del nuovo anno è uno ed uno solo, e risponde al richiamo di “Take it easy”. Complice l’ultima visita al Pronto Soccorso cittadino che ci ha viste scavallare impunite la serpentina della geriatria in attesa in preda ad una tachicardia da codice, ehm, giallo per tornarcene a casa una manciata d’ore dopo con l’accorata raccomandazione di farci prescrivere dei tranquillanti, la mattina dopo abbiamo detto no. “Io dico no, al colesterol…” ah no. Scusate. Ho sbagliato spot.

Noi, molto tèra tèra abbiamo affermato (silenziosamente, ma con convinzione) il nostro diniego a Lexotan, Tavor, Xanax e benzodiazepine tutte. Che se il passato ormai è andato e quel che è stato, è stato, scordiamuc ‘o passato, sul presente possiamo ancora vantare un minimo di margine d’azione, o no? Imporci cioè di rallentare, relativizzare, respirare e tutte le altre “r” riparatrici del caso.

Nella nostra personale bucket list, il 2019 sarà l’anno dell’ohm, della rilassatezza e della delega.

Di fatto, il 2019 avrà contorni molto simili al 2018 e precedenti, ma intanto ci siam portate a casa una pennina caruccia (pictured), abbiamo ristemato una delle librerie di casa in stile vagamente hygghe (idem) e lavorato un po’ da casa senza saltare né colazioni, né pranzi, né cene. Nè aperitivi 🙂

La foto del soggiorno con primo piano dello schermo del piccì però non l’ho fatta perché dopo che s’è impallato per la terza volta in orario in cui l’helpdesk era irraggiungibile ho seriamente meditato di scaraventarlo al suolo e saltarvi sopra emettendo suoni gutturali e stracciandomi le vesti, modello Incredibile Hulk in gonnella.

No ma…take it easy, dicevamo 😀

Perché siamo qua?

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Ma a saperlo, signora mia! Al momento, chi scrive sa solo di aver appena autorizzato un pagamento di sessanta sonanti euri a favore di WordPress per un sito che non sa customizzare, una grafica che non ha scelto ed un non meglio specificato pacchetto di opzioni web a noi familiari quanto il Teorema di Weiestrass.

Insomma: sessanta euro per un generale senso di spaesamento/smarrimento quando oggi, per dire, su Zalando iniziavano i saldi al 50%. E chi siamo noi per negare di aver assolutamentissimamente bisogno di un nuovo paio di tronchetti color taupe? Voglio dire, quante di noi, amiche ma anche amiSci all’ascolto, possiamo sinceramente affermare di possedere una calzatura color, ehm, talpa? L’abbiamo nera, certo. Nocciola, chiaro. Blu, che è pur sempre neutro. Rosso geranio, verde ottanio, forse ma…talpa? Eddaje.

Ecco. Il delirio di cui sopra per spiegare perché sono qui: le ca**te non so proprio tenermele per me. Devo imprimere parole su un supporto, se voglio addomesticarle ed evitare di vomitarle addosso a malcapitati interlocutori, pratica a cui mi dedicavo con commovente zelo (e discutibili risultati) dal lontano ottobre del 2004, quando colui che all’epoca reputavo il mio re, o perlomeno  il mio principe consorte designato (tu Harry, io Meghan) fu colto da illuminazione divina e decise di lasciarmi. Non si sentiva pronto – mi disse – allo step successivo: d’altronde, povero cucciolo, aveva solo dieci anni più di me, ma è noto ai più che l’età dell’uomo si calcola, in molti casi, col principio inverso dell’età canina.

Fattostà che in quel lugubre autunno che mi vide afflosciare come un soufflé mal cotto e deprimermi come la Panicucci dopo un fuori onda qualsiasi, la scoperta di un sito che metteva alla mercé di chiunque fettine di cyberspazio da imbrattare a piacimento fu il mio faro nella nebbia.

Da ottobre 2004 a dicembre 2018 (!) non ho mai smesso di affidare le mie confidenze più intime e le mie recensioni più improbabili a quell’infame di .iobloggo, che in occasione delle feste natalizie ha pensato bene di regalarci la sua chiusura coatta, non si sa se temporanea o imperitura.

Io, in ogni modo, avendo pagato sessanta euri (non so se ho già rimarcato il concetto), per buona misura direi che continuo qui 😉