TrashBack

E’ con una mantellina – manco tanto metaforica – di malinconia che torno ad imbrattare questi schermi dopo l’estate parlamentare più grottesca di sempre. Tu pensi di aver assistito al peggio del peggio in qualche anfiteatro di villaggio vacanze in quel di Jerba nella gloriosa estate ‘99 ed invece no! i nostri allegri rappresentanti istituzionali ammiccano sulle prime pagine dei quotidiani in un improbabile, rutilante, picaresco Ferragosto al Quirinale (un fantastico titolo da cinepanettone: fratelli Vanzina, pensateci!) dando prova di doti istrioniche che Totò, scansàte proprio.

La mia estate vacanziera, vale a dire le mie tre settimane di infradito vento mohijto e, um, c’è altro? non mi pare, sono in realtà state molto più placide e svac, em, pacate, ancorché caratterizzate dalla presenza massiva di amici, conoscenti e – ca va sans dire – kiters spiaggiaroli. Menzione d’onore a colei che ha organizzato una festa di compleanno in spiaggia, addì 12 agosto, assolutamente memorabile, tanto che gli amici torinesi presenti sul bagnasciuga ne parlano ancora. Altro che Ferragnez!

Ho disertato allegramente la cucina, unico locale rimasto privo di tracce di sabbia, ma direi di passaggi umani tout court, dopo 21 giorni di soggiorno e infilato certe triplette di aperitivo in spiaggia, cena itinerante & dopocena al porto che rimpiango ancora in sogno.

Ho assistito con un misto di tenerezza ed ansietta al rinforzarsi del legame tra Camillozza ed il suo tedeschino del cuore, che camminavano mano per la mano sul pavé di Castiglione della Pescaia quando tra la folla rischiavano di perdersi; o almeno, questa è la spiegazione che voglio darmi io del perché fendessero i turisti tenendosi per mano, ecco;-)

Ho letto poco, o comunque molto meno di quel che avrei voluto, non tanto perché distratta dal folto parco amici ma perché delusa dalle mie scelte in libreria: la fretta, si sa, non è mai una grande consigliera ed io sull’onda della concitazione del pre-partenza avevo fatto scorta di tomi le cui quarte di copertina promettevano, così, a un colpo d’occhio disattento, faville o quantomeno fuocherelli d’entusiasmo. Mentre si sono rivelati in molti casi di una pesantezza, non solo fisica, inenarrabile. {Se volete dei consigli per gli acquisti in libreria, ma degli acquisti da evitare…ecco, chiedete pure! Di contro, se avete voi qualche bel titolo da consigliare, fate, fate pure: per alleggerire un po’ il rientro sto meditando di graziare le mie spalle scavate dal peso di certe sporte di libri cartacei & munirmi di Kindle. A maggior ragione le raccomandazioni dei titoli da 0.99€ a 9.99€ sono ben accette!}

Nell’immediato, intanto, confido di chiudere in bellezza una settimana di rientro bella intensa con un pranzo nel piacentino a base di gnocco fritto e a tendere, con il nuovo, ricco palinsesto di Real Time. Già sento che Matrimonio a Prima Vista, per dire, sarà foriero di grandi soddisfazioni trash.

Stay Tuned, insomma, canale 31 e non.

L’estate addosso

Sempre in attesa di esplorare Cape Cod, Rhode Island, il New England e naturalmente il mo sogno proibito – ma sbandieratissimo – che è Nantucket, leggasi tutti i rifugi radical-chic dei vacanzieri newyorkesi opulenti oggetto di tanta ET magnificente letteratura nordamericana, e sempre in attesa di infilare il 13 milionario che mi permetterà di farlo (…) anche quest’anno, come da tre stagioni a questa parte, la minifamiglia ed io ci siamo concessi un’estemporanea vacanzina toscana.

E se un tempo il canto della mia sirena mi guidava in Versilia – le memorabili vacanze coi Guappi! Ah, che ricordi! – ormai da anni il baricentro del buen retiro si è spostato in giù, nel Grossettano, a meno di un’ora dal Lazio.

Nel cuore della Maremma, fattorie secolari con porticati e terrazze appoggiate sul verde ma la cui vista spazia sino al mare si son convertite in agriturismi accoglienti; spiaggie bianchissime raggiungibili solo dal mare o attraverso pinete che son tappeti di aghi di pino e concerti di cicale ti guidano verso dune sabbiose e onde indomite sferzate dal Maestrale.

E’ un incanto selvaggio, questo posto, e davvero non potrò mai comprendere chi, a tutta questa meravaglia a un tiro di schioppo, preferisce i rettangoli squadrati degli stabilimenti tradizionali all’altra estremità del paese, le colate di cemento dei residence e degli hotel a far ombra dalla passeggiata, le file ordinate di ombrelloni di tela arancio e gialla e il baruccio pavimentato col maxischermo puntato sulla partita.

E nulla, sono tornata da due giorni ma già è iniziato il conto alla rovescia alle prossime eco-vacanze di agosto, che poi tanto eco manco sono, ma per i miei standard sono rusticissime e profumano di tarassaco e rosmarino ma soprattutto di tanta, agognata, inesprimibile libertà.

Tuo padre sembra Dante/e tuo fratello Ariosto (part 1)

Cari amici e amiche di Mark Caltagirone,

ora che la verità s’è palesata – Mark sono io, motivo per cui nell’ultimo bimestre sono stata, come dire, inafferrabile 😀 – posso anche uscire dall’ombra e tornare ad imbrattare allegramente questi schermi.

Ed in considerazione dell’epoca, perché non farlo disseppellendo dai gattini rotolanti di polvere un bell’amarcord direttamente dagli anni ’90?

Correva l’annus domini 1995 in quella della bassa taurinense; mese di giugno in tempi non sospetti, leggasi quando ancora l’emergenza climatica non deflagrava quotidianamente in micidiali secchiate di grandine e allagamenti repentini un giorno sì e l’altro pure.

Insomma: faceva caldo, mooolto caldo, caldissimo proprio per chi, a giugno 1995 come me, s’appropinquava al temutissimo, vecchio esame di maturità. Maturità classica, peraltro, nulla a che vedere con quel divertissement di laurea in Scienze delle Merendine che sarebbe arrivata cinque anni dopo.

Sino alla fine degli anni ’90, che a voi sembrano il Pleistocene ma per noi quarantenni hanno lo smalto e la vividezza dell’altroieri, o giovani maturandi all’ascolto (?!), dovete infatti sapere che il temutissimo esame di Stato per ogni studente di scuola superiore dello stivale assumeva i contorni dell’incubo.

Per dire: se voi pensate che oggi, dopo la riforma di fine anni ’90, l’esame così com’è strutturato oggi, con crediti, commissioni miste, tre prove e via discorrendo, rappresenti uno scoglio scoscesissimo…ecco, allora moltiplicate tutto questo per cinque (per me, pure per quindici) ed non otterrete che una vaga idea di cosa rappresentasse la maturità allora.

Non per nulla, Venditti non c’ha dedicato una canzone per caso!

Un solo commissario interno – leggasi: una sola anima pia che foooorse, avendoti conosciuto nel lustro precedente, potesse infonderti un po’ di coraggio – due materie per l’orale su una rosa avvizzita di quattro/cinque proposte dal Ministero, di cui una a tua scelta e l’altra a scelta della commissione. L’horror vacui proprio, perché se é vero che oggi oggetto dell’esame son tutte, le materie, vent’anni fa si richiedeva che quelle quattro/cinque sorteggiate tu le conoscessi dalla A alla Z, dieresi incluse.

E nella mia fulgida annata, nello stoico tempio dell’umanesimo, per capirci, la sorte ricadde sul quinquetto letale di latino greco italiano storia matematica.

E sulla concomitante infezione all’occhio destro, antesignana delle uveiti, congiuntiviti e fotofobie che sarebbero state, veramente ideale per ripassare notte e dì (ma soprattutto notte, v. dopo) rinchiusa in casa con 30° all’ombra, tapparelle ermeticamente sigillate, lettere e numeri a mischiarsi e confondersi sulle pagine alla luce fioca dell’abat-jour. Magari alle due di pomeriggio.

Il tempismo, la gioia, la baldanza proprio.

(to be continued)

We made it!

Viele Euro Maus, non speravo più di rivederti!

Ebbene sì, anzi ja!

Contro ogni pronostico, il teutonico meteo s’è smenti…em, no:

contro ogni pronostico, anche se il teutonico meteo non s’è smentito affatto, sprezzante di temperature anarchiche e giornate che partivano in maglietta per terminare in tenuta d’alpinismo, addì 25 aprile la koala family è finalmente partita alla volta di Rust, Cccermania per una tre giorni dedicata al cucciolo di marsupiale di casa.

Questo sulla carta [e per auto-giustificare la mia terza volta all’Europa Park]: perché, come potrete facilmente intuire dalla carrellata qui sotto, ad imbottirci di allegria, risate, disimpegno e di una leggerezza che CAVOLI SE MANCAVA siamo stati tutti e tre in egual misura.

…tranne la sottoscritta subito dopo la discesa a 100km/h dalle montagne russe della sezione “Svizzera”, quando barcollante ed in evidente stato di dissonanza cognitiva s’è schiantata sui gradoni dell’anfiteatro portoghese bofonchiando: “Io, giuro, non ingollerò mai più neanche una foglia di lattughino in tutta la mia vita”.

Fin qui tutto bene; ma anche il resto, eh, fatte salve alcune scariche di adrenalina da cui mi ripiglierò ad agosto 2028

Io non ci sono.

Il nuovo racconto scritto da Pagnott’ (notevole, peraltro, ma io sono di parte) ha un titolo che sento di poter far mio 🙂

Vorrei dirvi che l’ottimismo sventola industurbato e che la prospettiva di un lungo ponte d’aprile agisce sull’umore come i filtri di Instragram sulle rughe: ringiovanendolo, levigandolo e colorandolo di sfumature inedite ed inesistenti su queste terre.

Purtroppo, invece, nessun filtro ma parecchie riproposizioni della leggendaria Legge di Murphy paiono preannunciare quattro giorni poco festivi/festosi, molto piovosi e altrettanto uggiosi – fuori e dentro, ché in famiglia registriamo ben due meteropatici su tre e scusate se è poco.

Perché l’idea del 25 aprile & weekend allegato era quella di una mini-vacanza on the road alla volta della Ccccermania, e nello specifico del delizioso Europa Park, in quel di Rust, regione di Baden-Württemberg, Germania sud-ovest & Foresta Nera, per capirci.

Peccato che il meteo racconti tutt’altra storia e più che parco a tema, preannunci polmoniti a catena (ahahaha…ammazzatemi!).

E quindi insomma BOH. A una manciata di ore dalla doveva-essere-partenza registriamo un en plein di facce solcate dal disappunto e lugubri pronostici di nullafacenza asfittica che, a ‘sto punto “era meglio lavorare”. (No Maria, io qui però esco!).

Sono stanca, stanca di un periodo – lungo mesi: da gennaio sino ad oggi, suppergiù – che se solo mi rimanesse un briciolo del consueto humour da scantinato saprei raccontare perlomeno con un po’ di brio, un po’ di verve, un po’ di colore…ma che adesso, al più, potrei definire: “…il sacchetto per il vomito era incluso nel pacchetto per il 2019?”

Poi lo so, lo so, basta sfogliare un giornale, incrociare un RaiNews24 a caso, ma anche semplicemente abbassare lo sguardo quando, sul marciapiede a due metri dall’uscio di casa, un coetaneo che conosci di vista offre il braccio alla moglie disabile, segnata a vita da un aneurisma di quelli micidiali mentre dava alla luce il secondo figlio. Sono altri, i mali della vita, lo so. LO SO.

E se da un lato m’infervoro perché vorrei che tutti, lo capissimo… dall’altra vorrei qualcuno che mi rabbonisse ugualmente. Che mi dicesse: “vabbeh, ma sei da capire anche tu”.

E anche: “‘ste previsioni si sa, che non sono mai attendibili”.

E invece attendiamo, attendiamo sempre, attendiamo e basta. E dopo una vita da pendolare abbonata GTT, credetemi, non è molto incoraggiante.

L’amore ai tempi di Tinder. E di Kinder

Love me tender, anzi Tinder.

Dell’amore (amore eh: ho detto amore) ai tempi di Tinder so suppergiù quanto so della fisica quantistica: nulla, se non che da qualche parte esiste e qualcuno è così illuminato da dedicarvisi.

Nello specifico, c’è questa amica di vecchia data che sognante racconta di come, a una manciata d’ore dall’iscrizione al sito, una congiuntura astrale incredibilmente favorevole abbia fatto sì che in pochi minuti tutta la sua attenzione si dirottasse su quella che sarebbe diventata l’altra metà del suo personale spicchio di cielo. Amore al primo sguardo, pardon, al primo like. E a onor del vero, a distanza di qualche meso dal primo incontro dal vivo, i due piccionicini tubano ancora in invidiabile armonia. Amazing!

Dell’amore ai tempi di Tinder non so nulla, anche perché quando baldanzosa ho proposto alla mia personale metà celeste di creare un profilo fake a scopo accademico di studio antropologico (e chi mi conosce sa, che davvero lo avrei utilizzato a quei fini, un po’ come quando ai tempi dell’università partecipavo agli speed date al solo scopo di divertire poi gli amici con pirotecnici resoconti ad alto tasso di ridarola) …ecco, l’altra metà ha allegramente replicato che solo mi fossi arrischiata, sarei rimasta una metà e basta. Ho pur sempre un marito siculo, eh.

Dell’amore ai tempi di Tinder non so nulla, se non che tra un paio di lustri sarà questo, o la sua evoluzione 3.0 (TRInder, Futinder, WannaBinder etc.) uno degli strumenti che mia figlia e le sue – ora – deliziose amichette novenni senza dubbio e senza scampo vorrano installare, e usare, e condividerAAARRRG.

Non so nulla dell’amore ai tempi di Tinder, ma per rabbrividire un po’ mi basta ciò che ricordo dell’amore ai tempi di Kinder – ovvero dell’epoca ante-social e ante-App, dell’epoca in cui l’ingenuità di un’adolescente media era seconda soltanto a quella che irradiava il sorriso fessacchiotto del mitico bambino-Kinder, il brunetto dal taglio a scodella che ammiccava dalle confenzioni delle omonime barrette, presente, sì?

Mi basta insomma ricordare gli anni 2000, quando Internet (o Internètte, come per anni venne amichevolmente ribattezzato a casa mia) era sinonimo di motori di ricerca e basta e uno Startac Motorola un modello evoluto e ambito di cabina telef… em, telefono cellulare.

(Momento amarcordissimo: nel lontano 1997 i miei genitori me ne fecero trovare uno nascondendolo in un cassetto di casa e facendo squillare finché la batteria non si esaurì e dovettero, abbastanza scocciati, svelare la sorpresa; già, perché io, da sempre acuta come una faina, mi aggirai per casa per ore alla ricerca dell’anomalia – un antifurto, un allarme, un elettrodomestico difettoso – che “senza dubbio” dava origine a quel drin-drin incessante. Sgamatissima, da sempre!)

Ma tornando a noi. Era il glorioso e immaginifico 2000, quindi nessun browser installato su nessun telefono che consentisse di controllare la propria posta elettronica ogni due per tre. Anzi: ricordo che all’epoca accedevo al mitico account Tiscali suppergiù con la frequenza con cui davo esami a Scienze delle Merendin, em Comunicazione: un paio (di volte) a sessione, tre o quattro se molto incalz..em, ispirata.

A inizio anno, uscivo ormai da un paio di mesi con questo M., ammerigàno di Los Angeles di passaggio nelle terre d’origine: di padre piemontese, era ospite qui nei dintorni di quella destinata a diventare un’amica per la vita (a questo dedicherò uno spin-off entro il 2030, ggiuro), e non spiccicava in compenso una parola di italiano, tant’è che a un certo punto si dichiarò con un esilarante: Io Piace Te (I like you), che io intesi come una domanda alla quale risposi: se mi PIACI? Sì, beh, chiaro… No, no, io piace TE…! Sì, sì, t’ho detto che mi piaci, sta’ bono, no?

Facezie a parte, per l’ammerigàno delle Langhe avevo preso una sbandata non da poco, come tutti i miei compagni di corso – che da un giorno all’altro smisero di vedermi appallotata sulle sediole di chinz dei cinema che fungevano da aula per noi reietti di Scienze dello Snack e gravitavano intorno al sancta sanctorum di Palazzo Nuovo – ancora ricordano.

Una domenica sera, di ritorno dal folkloristico Carnevale di Ivrea, altresì noto per la variopinta battaglie delle arance, piedi intrecciati nei piedi ed occhi intrecciati negli occhi, M. ed io addentavamo una pizza dall’improbabile retrogusto agrumato quando l’ammerigàno mi buttò lì se controllassi mai la mia posta elettronica. Una volta a sessione, al massimo due! fu la mia risposta tutta garrula. Il tarlo però s’era insinuato, e quella notte dopo settimane sedetti al piccì e riaprii la mitica Tiscali Mail.

L’homo machiavellicus che sbaciucchiavo sino a un pugno d’ore prima, esemplare paradigmatico di quella nutrita schiera di codardi che non hanno il coraggio di dirti le cose in faccia e s’affidano un po’ al caso, un po’ a Paolo Fox, dieci giorni prima (D I E C I!) mi aveva indirizzato una mail, troppo pavido non solo per parlarmi in faccia, ma addirittura per decidere un momento X in cui mettere la parola fine.

Ma il testo, oh il testo era il vero capolavoro del machiavellismo:

I am deeply sorry. But the space for what you want has been filled up by the things you have settled for.

Non c’avete capito ‘na cippa? Ecco, neanch’io. Che mi arrovellai su quella catena di nonsense che pareva esser stata inanellata girando la mitica ruota della Zanicchi per settimane, perché alla mia mail di risposta (Ahò M, che abbiamo alzato un po’ il gomito stasera..? la risposta arrivò all’istante, affilata come un coltello, piacevole quanto un’arancia marcia spiaccicata sulla capoccia: E’ finita tra noi, K. Quale parte esattamente non t’è chiara?)

Non so nulla dell’amore ai tempi di Tinder, ma so quanto pathos, quanto storcinamento di budella ha saputo causare l’amore ai tempi di Kinder…e nulla, lo penso da sempre ma adesso più che mai:

Pagnott’ non avrà mai il cellulare, mai.

Avrà un telegrafo, toh, se proprio insiste.

A volte ritornano

Io dico no alla Brexit, io dico sì alla crema Pan di Stelle.

No, non sono stata inghiottita nei meandri oscuri della Torino-Lione. Ma considerato che l’ultimo mese, mese e mezzo è stato avvincente quanto un’etichetta della lavanderia, se da una parte non mi sembrava molto sensato tenerne traccia, dall’altro, le poche volte in cui avrei voluto farlo – ad esempio in occasione del compleanno montano del consorte, e di un paio di uscite insospettatamente illuminate in quel di Sestriere e Salice – annaspavo sul disperato andante tra ufficio, casa ed una lista di incombenze socio-domestiche degna di un capo di stato.

(E invece no: qui siamo a capo solo…aum… della spesa weekendara all’Ipercoop, dell’organizzazione di sparuti pomeriggi ludici per l’infante, di un piccì aziendale che ormai fa le veci di un labrador. “Mamma, voglio qualcuno che stia sempre con me, voglio un caneeee!” “Ma Pagnotella, c’è il piccì della mamma, che è sempre con noi! Cosa te ne fai di un cane?”

Settimane così, insomma, piatte, incolore ed in compenso logoranti come una sessione di triathlon ma senza nessuno dei benefici fisici annessi.

Oggi però a) il cielo sulla collina è un’immaginifica lastra blu chiazzata di ghirigori sfilacciati, preludio – incrociamo incrociamo – di una primavera frizzantina; b) la nana sprizza allegria a livelli compleanneschi in vista dell’odierna, avvincente in gita (al Comune cittadino…ahahah); c) mi attende una giornata alla scrivania tutto sommato gestibile – giacché ci ho dato dentro come uno schiavetto nubiano sino ad oggi, chiaro; d) per chiudere in bellezza (= senza passare per la cucina), stasera cena in uno dei miei localini del corazòn con un’amica che ha ottimi motivi per brindare. Io ‘nzomma, ma facciamo che i suoi bastano per due.

Stay tuned. Non passerà un altro mese.

Magari due. 😀

Indifferenziato/Non recuperabile

Un’efficace sintesi del mese.

Per quanto le immagini che vado sparpagliando sui vari social raccontino altro, febbraio mi ha accolta – più che altro, travolta – con la clemenza di un Pietro Savastano particolarmente belligerante.

Due persone care, due donnine d’altri tempi dal sorriso di zucchero a velo ma dalla nerba d’acciaio, sono volate in cielo a distanza di un pugno di settimane l’una dall’altra. Non ho fatto in tempo a piangere quella che per me era una nonna acquisita che se n’è spenta un’altra, mentre io mi spegnevo un po’ in generale.

Il lavoro, quel lavoro che talora funge da rifugio, da orticello quotidiano di soddisfazione e benessere, si apriva intanto a mo’ di faglia sismica sotto i miei piedi, inghiottendomi decisamente più del necessario e togliendomi qualche ora di sonno, insidiata da prospettive non proprio allettanti. E con tanto che adesso, con me, ho una persona che supporta – bene – il team tutto e me medesima.

Ma se vorrei tanto contare sull’effetto camouflage con la proverbiale nebbia-bassa-in-Val-Padana = nascondermi ed evaporare da un mese/da un mondo che pare sfuggire ad ogni logica e ad ogni tentativo di comprensione, il motivo è la sorte del piccolo L.

Compagno di Camilla sin dalla scuola materna – ora sono in quarta -, L. è un concentrato di vitalità allo stato puro la cui unica colpa è quella di esser cresciuto (pochissimo: sino ai tre anni o giù di lì) in un relitto di famiglia disagiata, che ha fatto sì che dai quattro anni in poi trovasse una nuova – splendida! – famiglia affidataria. Una nuova mamma, un nuovo papà, un nugolo di fratelli biologici e non, affidatari e adottati, una casa luminosa con giardino, palloni di cuoio e reti da calcio a volontà in questa famiglia Bradford de noiartri la cui generosità, umanità e calore sono qualcosa che sfugge ad ogni classificazione.

Per farla breve, da oggi L. torna in una comunità, quando la sua famiglia affidataria aveva fatto domanda di adozione. Adozione! Non solo: poiché la comunità è fuori città, anche l’anno scolastico nel nostro paesello per L. finisce qui. Da un giorno all’altro. Così. Senza logica, senza pietà. In linea con una burocrazia ottusa, con Carte dei minori che non sappiamo dove stiano di casa.

L. è distrutto, intorpidito, frastornato, al pari della sua famiglia che pure ieri gli ha voluto organizzare una festa d’addio con tutti i suoi – ormai ex – compagni; senza dubbio, la festa più triste cui abbia mai preso parte. L. non rivedrà la sua dolcissima mamma (perché mamma è chi mamma fa, poche chiacchiere) non solo non nel breve ma…forse neanche dopo.

Perché? Perché il tribunale ha disposto così.

Su quali basi? Ah, saperlo.

Sono un uragano assettato di tetti di fattorie del Midwest, in questi giorni. Per questo latito, perché è meglio non dia spazio ai tanti e sonori vaffa… che premono lì, tra l’epiglottide e la punta della lingua.

Fidatève che è meglio. Che poi torno.

I never can say goodbye. Un libro e un film dal finale opinabile

Foto fuori fuoco. Un po’ come tutta la mia gallery, insomma.

Non so se sia colpa di questo periodo di superlavoro, delle giornate invernali in cui il buio cala presto, delle mie dottrie da talpa o della somma dei tre (probabile), ma in questo periodo percepisco un po’ tutto fuori fuoco.

Dopo averne riso (sorriso, dai) per anni, mi ritrovo improvvisamente in linea col terzetto di sciùre torinesi che tutti i mercoledì, dopo aver accompagnato i figli liceali a scuola, si concedono un caffè, ma soprattutto una litania infinita di lamentazioni, al bar che ogni mattina mi regala (regalerebbe, se è mercoledì) i dieci minuti di benessere quotidiano: cappuccino con cacao, pasterella, quotidiano, pace, amen.

Non amo, perché tendenzialmente non mi interessa un’acca, origliare conversazioni di sconosciuti, ma il tono da baritono di una delle tre rende impossibile sottrarsi al rumore di sottofondo, all’acufene non richiesto eppure inevitabile. Ma gli insegnanti dei figli sono delle arpie! Tutti e indistintamente! Per non parlare di questi mariti assenti/dormienti/nullafacenti! E degli eredi minori, disordinati all’iperbole, che dobbiamo dire, eh? Diociscampi, signora mia, dalle fidanzate dei liceali di cui sopra, una manica di sgallettate senza arte né parte degne figle di genitori agli antipodi dai tre geni di guèra infervorate al tavolino del bar, ergo assolutamente indegne della loro luminosa progenie. E potrei continuare, tipo 180 minuti, eh.

Ecco. Ultimamente, quando la neverending pletora di lamentazioni m’investe a mo’ di uragano Katrina II, la tentazione non è più quella di alzarmi, incenerirle e sbottare “E mo’ bastaaa!”, no. Ultimamente, quando le sento, mi ritrovo a pensare che quasi quasi potrei intervenire, ed accodarmi al coro. Che tante, troppe porte son rimaste socchiuse, dunque né aperte né chiuse, troppi piani abbozzati e mai finiti (e dunque fuori fuoco), troppi non detti si son piazzati lì, bloccati tra lingua ed epiglottide, e insomma niente torna e tutto è un po’ così: senza baricentro, senza finale, senza fuoco.

Vi faccio un esempio. Due, dai.

Di recente nulla di quel che leggo mi piace, o almeno non mi piace in modo plateale ed assoluto – ed io son una da innamoramento letterario facile, eh. Ma con “Il matrimonio delle bugie” di non so più quale autrice bestseller iù es eì, thriller incensatissimo tradotto in ennemila lingue etc. ho proprio pensato: Ma che schif…em, ma che lettura sconclusionata, nel senso letterale di “priva di conclusione”.

Già il plot si presentava banalotto, sia chiaro. Ci sono lei, lui, la classica (che poi: classica su che pianeta, esattamente?) coppia upper-class perfetta, bella casa, buon lavoro, volemòse bene etc. etc. finché l’Evento di cesura che dovrebbe giustificare le oltre 300 pagine di agonia (per il lettore, solo per il lettore) non spariglia un po’ le carte dormienti.

Il marito parte per un viaggio di lavoro in Florida e, doh, nello stesso giorno un aereo diretto da tutt’altra parte precipita e il buon uomo figura nell’elenco delle vittime. Senza ambire al Pulitzer, poteva anche essere un buon punto di partenza, se solo la scrittura non fosse più piatta del Tavoliere delle Puglie, la trama di fatto oscillante tra l’impalpabile e l’assurdo, la storia del tutto inverosimile ma il finale, beh…il finale proprio da piangere. E no, non per l’overdose di pathos.

L’impressione è che l’autrice, dopo aver infarcito trecento e rotte pagine di banalità e nonsense, giustamente si sia ritrovata a chiedersi: e mo’ che fàmo? Come la chiudiamo, ‘sta storia che più che Agatha Christie sembra Stanley Kubrick – ma con un tocco di irrealtà alla Elza di Frozen? Mmm… Ma a caso, la chiudiamo, signora mia, a caso! E infatti. Quando pensi che il finale non possa esser peggio di tutto l’abominio di prima, pof, magia! Lo è, lo è! E quando dico finale, intendo il capitolo finale E l’ultima riga proprio.

Ma veniamo al secondo – ed ultimo, tranquilli – esempio di storia che m’è sembra fuori fuoco, fuori centro, una conclamata americanata che pure, a leggere le recensioni, tanto male non sembrava. Parlo di “Ben is back”, film drammatico di Peter Hedges che segna il ritorno sul grande schermo di Vivian Ward aka Pretty Woman aka cliente Calzedonia tessera gold.

Di Julia Roberts, insomma.

Ben Burns (Lucas Hedges, figlio del regista), diciannovenne tossico in cura in una comunità, torna inaspettatamente a casa in occasione di Natale. Mentre il resto della famiglia accoglie l’epifania con sgomento e diffidenza, la nostra dolce e quasi infante madre Holly accoglie il figliol prodigo a braccia aperte, dando prova di un ottimismo ed una positività o del tutto americani… o del tutto assurdi. E infatti seguiranno 24 turbolentissime ore in cui gli occhi scintillanti di Holly/Julia cuor di burro si tramuteranno in cascate in piena e tutti i peggiori incubi di ogni madre acquisiranno forma, nome, cognome e losco indirizzo nelle peggio periferie dello Stato di New York.

Ora. Qualcuno ha scritto che con quest’interpretazione ad alto tasso di pathos familiae, nostra signora Julia potrebbe anche già essere in lizza per i prossimi Oscar. Io mi permetto di obiettare che a) forse Lucas Hedges potrebbe e che b) per quanto volenterosa e partecipe, la Roberts si ritrova invischiata in una trama troppo debole, troppo poco verosimile (spoiler: la corsa contro il tempo e contro i demoni di Ben hanno inizio per via del rapimento del cagnolino di casa. Cioè, bene ma non benissimo, essù) per ambire al red carpet. Ahhh…ed anche in questo caso (ecco dove volevo arrivare) sul finale mi s’è dipinto sulla capoccia un grosso, ma grosso punto di domanda. A me, e al pubblico in sala tutto che ha atteso speranzoso la fine di tuttiiii i titoli di coda nell’illusione di una dritta, un mini sequel, un frammento di fast forward atto ad illuminarci.

Ecco, no, potete alzarvi direttamente dopo l’ultima scena, sapevatevelo.

O anche ora, ho finito 🙂

Rewind

La cover è ancora sobria
…l’interno gadgettaro simpatico
…ma qui pure il buon Matti mangia la foglia, eh.

Qualcuno mi aiuti.

Qualcuno mi spieghi quando, esattamente, quell’esserino raggrinzito in cui sembrava impossibile albergassero polmoni tanto potenti, fautieri di urli tanto beduini – due kili e mezzo di peso, duecento neper di intensità acustica alla nascita – ha smesso di essere il bambolotto pacioso che alla mia vista s’illuminava a giorno, regalando meravigliosi sorrisi sdentati e pugnetti protesi al cielo (ovvero a Me;-) per trasformarsi in questa crisalide di ragazza tutta gambe e occhioni acquamarina che dissente alzando un sopracciglio senza far domande e si chiude in cameretta per aggiornare in gran segreto il suo diario segretissimo – salvo poi fartelo casualmente ritrovare aperto sulla scrivania la mattina dopo alla pagina di, em, interesse.

Sta crescendo veloce, velocissima, questa mia bambina tutta sorrisi, che dando prova di un corredo genetico ben shakerato, ma anche e soprattutto di un bel paccozzo di merito di suo – si dimostra accogliente e protettiva verso gli amici, dolce e affettuosa oltre ogni dire con la sua famiglia, ove sfiora vette inesplorate di koalume zuccheroso ma autentico con i nonni materni, meticolosa e precisa a scuola quanto concentrata e zelante nello sport. Ambiti in cui non è competitiva manco per sbaglio, ché la competitività non è decisamente il fil rouge che imbastisce questa famiglia, come riconosco a denti stretti perché più il tempo passa, più m’accorgo che un briciolo di spirito battagliero in più non guasterebbe.

In compenso, da qualche mese a questa parte mi sveglio ancora col tepore del suo corpicino/calorifero addosso, perché la minore ha stabilito che il letto matrimoniale concilia meglio i suoi sogni di marshmallow ed unicorni. Una manciata d’anni e si vergognerà se accennerò anche solo sbaciucchiarla in pubblico, quindi perché no? mi autoconvinco ogni santa sera, combattuta fra la pigrizia e la perplessità, mentre ad alzare il sopracciglio è , a questo giro, il povero pater familias.

Come la mamma – e la nonna – ama giocare con le parole per addomesticarle, e lo fa mettendo mano in contemporanea a produzioni ambiziose e naif di generi letterari variegati: diari, raccolte di barzellette, racconti brevi e… dediche agli amici, più o meno velate.

Di recente m’ha mostrato questa qui sopra, chiedendomi se assommando numero di punti esclamativi, faccine sorridenti e carte Pokemon, il destinatario nonché compagno di banco potesse almeno vagamente realizzare che la mittente ha, diciamo, una marcata simpatia/infatuazione per lui.

E qui una volta tanto mi sono sentita di essere categorica:

No Pagnott’, proprio no.

Ha 9 anni, è maschio, se tutto va bene a Natale avrà ricevuto la Play o qualcosa del genere.

C’è tempo – non troppo, ma ce n’è ancora -…

per fortuna!